Come abbiamo visto nella puntata precedente, il corteo partiva da Piazza dei Signori con le autorità, la mascherata dei sanzenati e il carro dell’abbondanza — come documentato da numerose stampe del Settecento e dell'Ottocento — compiendo un triplice giro attorno alla piazza prima di dirigersi verso San Zeno.

Questo rito concentrico e scaramantico, noto come il "bogon" (la chiocciola), evoca l'antico amburbium romano come difesa contro le forze maligne. La forma a spirale rappresenta il lento percorso dell'anima, l'orbita del sole e l'invocazione alla rinascita primaverile, mentre i "maccheroni", soffiando nelle pigolanti pive, producevano un suono stridulo simile a quello dei pulcini, interpretato arcaicamente come la voce delle anime dei defunti.

Tuttavia, la storia del nostro Carnevale nasconde anche pagine nere. Una delle più oscure risale al 1650 quando, proprio durante il rito del "bogon", il Capitano Giacomo Venieri e quaranta uomini armati tese un'imboscata a quattro giovani nobili veronesi. Alessandro Turco e Alvise Nogarola furono colpiti a tradimento da un archibugio, mentre Agostino Giusti e Francesco Nogarola vennero finiti presso le Arche Scaligere, dove avevano tentato invano di rifugiarsi. Nonostante l'efferatezza del delitto, il movente rimase un mistero e la giustizia non fece il suo corso: il Doge ignorò l'accaduto e la supplica dei genitori al Consiglio Comunale rimase tristemente inascoltata. Andrea Toffaletti